IL neutrale va in guerra. Svizzera con l’elmetto

ALBERTO MATTIOLI – LA STAMPA.

Svizzera con l’elmetto In un saggio di Langendorf la Confederazione dal ’39 al ’45: non schierata ma decisa a difendersi. E pronta ad abbattere gli aerei, sia tedeschi che alleati, in volo sui suoi cieli

Il paradosso della neutralità è che talvolta ti obbliga a combattere per difenderla. Prendete la Svizzera. Anche se in Italia molti non se ne sono accorti, il Paese che non fa guerre (escludendo quella civile del 1847) dall’epoca napoleonica ed è il simbolo stesso della neutralità è anche un Paese di vecchie, gloriose e radicate tradizioni militari, che si prepara con scrupolo alle guerre che non farà. Perché possono sempre essere gli altri a farle a te.
È una delle lezioni che si ricavano dalla lettura di Neutrale contro tutti – La Svizzera nelle guerre del ‘900 di Jean-Jacques Langendorf (Edizioni Settecolori, pagg. 263, euro 18), che non è l’ultimo saggio di questo eccentrico scrittore dagli interessi matti e disparatissimi, ma l’ultimo dei pochi tradotti in italiano. Oltretutto la traduzione di Maurizio Cabona è buona, tranne che per il titolo, più suggestivo nell’originale: La Suisse dans les tempêtes du XXe siècle. In realtà, il libro è un pamphlet, minuziosamente documentato e brillantemente scritto, sulla spinosa questione del «collaborazionismo» svizzero con il Terzo Reich e sull’ancora più spinosa accusa di avere speculato sull’«oro degli ebrei». Ma, a parte questo aspetto controverso e, secondo Langendorf, calunnioso, svela una serie di dettagli poco noti e molto gustosi sulla «partecipazione» svizzera alla Seconda guerra mondiale, quando la Confederazione fu uno dei soli quattro Paesi europei a poter restare neutrale e, in ogni caso, quello che lo fu di più. A parte Spagna e Portogallo, protetti dalla geografia, il paragone più calzante è quello con la Svezia, che autorizzò massicci passaggi di truppe tedesche sul suo territorio.
La Svizzera era arrivata assolutamente impreparata allo scoppio della Prima guerra mondiale ma, esprimendo una classe dirigente in grado di imparare dai suoi errori invece di ripeterli, non si fece sorprendere dalla Seconda. E fece subito capire che era dispostissima a difendere le sue frontiere, comprese quelle aeree. Dal 10 maggio all’8 giugno 1940, quando la Wehrmacht travolse la Francia, l’aviazione elvetica abbatté 11 aerei tedeschi che avevano sconfinato perdendone solo tre. Un 11 a 3 che fece imbufalire il Reichsmarschall Hermann Göring e che è ancora più significativo perché la caccia elvetica volava sugli stessi Messerschmitt di quella tedesca. Cambiando l’ordine degli avversari, il risultato non cambiò. Per esempio, il 12 luglio ’43 la contraerea svizzera buttò giù due Lancaster inglesi che avevano bombardato per errore il Vallese. In totale, in cinque anni di «neutralità» gli svizzeri abbatterono o costrinsero all’atterraggio 25 aerei «nemici», equamente ripartiti: 12 tedeschi e 13 alleati. Naturalmente, quando gli alleati inaugurarono la strategia, costosa, inutile e moralmente discutibile, dei bombardamenti strategici sulla Germania, la «piccola grande repubblica» ci andò di mezzo. Bilancio: 7.379 allarmi, con 84 morti, 260 feriti e 65 milioni di franchi di danni. I casi più eclatanti nel ’44, quando gli americani fecero 40 morti bombardando Sciaffusa e poco dopo replicarono su Zurigo scambiata per Friburgo. In questo caso i piloti finirono davanti a una corte marziale, curiosamente presieduta da James Stewart, il divo di Hollywood all’epoca colonnello dell’U.S. Air Force, e furono assolti.
Naturalmente, gli svizzeri non si limitarono a difendere i cieli. Un’invasione tedesca venne a lungo considerata possibile e in alcuni momenti probabile. La Confederazione affidò il comando dell’esercito (che è ancor oggi Il formidabile esercito svizzero, come il giornalista del New Yorker John McPhee ha titolato il suo reportage, pubblicato in Italia da Adelphi) a un generale francofono, Henri Guisan, che elaborò la stregia del «Ridotto»: le truppe alla frontiera si sarebbero immolate, mentre il grosso ripiegava nel cuore, montagnoso e fortificatissimo, del Paese. In sostanza, una raffinata concezione della deterrenza. Per Guisan come per i suoi successori fino a oggi, l’idea-base è sempre stata quella: un eventuale invasore deve sapere che l’occupazione della Svizzera gli costerà tanti sforzi, perdite e tempo da non rendere conveniente tentarla. È esattamente quel che concluse Hitler, che pure aveva meditato un blitz. Il suo interprete, Paul Schmid, testimonierà che, incontrando Mussolini al Brennero il 2 giugno ’41, il Führer inveì contro gli svizzeri, «il popolo più ripugnante nella forma di Stato più squallida». Bissò lo sproloquio l’anno seguente («uno Stato come la Svizzera, purulenza sul corpo europeo, semplicemente non deve esistere»), mentre per Goebbels la Svizzera era «venduta o ebraica». Ma la Confederazione era pronta: esercito mobilitato, pieni poteri al governo, depositi colmi, misure economiche decise. E preparazione anche morale. Il 25 luglio ’40, dopo il crollo della Francia, Guisan riunì e arringò 500 ufficiali sul prato del Grütli, dove la leggenda vuole che, dal giuramento dei delegati di Uri, Schwyz e Unterwald, sia nata la Nazione. Altro che Heidi e la cioccolata. Così oggi la Svizzera ha piazze e strade intitolate a Guisan. Forse è l’unico generale della storia che abbia avuto una statua non per aver vinto una guerra, ma per essere riuscito a non farla.

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