SULLE ORME DI KIM E KIPLING PER RISCOPRIRE L’AVVENTURA

STENIO SOLINAS – IL GIORNALE.

Nei primi anni Sessanta del Novecento, il trentenne Peter Hopkirk, reporter della rete televisiva ITN, si ritrovò in una prigione della polizia cubana avendo come unico compagno di cella la copia sgualcita del Kim di Ruyard Kipling.

Era la prima volta che da cronista ficcanaso Hopkirk si ritrovava al fresco di qualche dittatura o di qualche governo geloso dei propri segreti; non sarebbe stata l’ultima.

La cosa si sarebbe ripetuta in Medio Oriente, con l’aggiunta di un vero e proprio sequestro di persona a opera di una banda di guerriglieri arabi, e per anni gli verrà negato il visto come corrispondente da Mosca, sulla base che il suo precedente lavoro di giornalista in Africa era in realtà la copertura del meno nobile mestiere di spia nel controspionaggio inglese ostile all’aiuto fraterno dell’Urss ai popoli di colore del Continente nero

In Africa, per la precisione in Somalia, Hopkirk per la verità c’era arrivato da ufficiale dei King’s African Rifles, dove fra l’altro aveva avuto ai suoi ordini Idi Amin, il futuro despota ugandese, allora un semplice caporale, e il giornalismo era venuto dopo, fondatore e direttore del settimanale Drum, omonimo di una celebre testata sudafricana Ma la carriera militare, così come l’approdo alla carta stampata con annessa voglia di indagare sui lati meno conosciuti e, va da sé, meno nobili del potere altrui, avevano a che fare sempre e soltanto con quel portafortuna-breviario kiplinghiano all’inizio citato, una fissazione e una passione che gli si erano impresse fin da quando, ragazzino, aveva letto Kim e in Kim si era identificato: il figlio della strada curioso di tutto, amico di tutti e che non ha paura di nulla, il suo apprendistato come agente segreto dell’Indian Army, alle prese con la volontà di potenza della Russia zarista e la volontà di sedizione e/o ribellione dei moghul indiani

Il riconoscersi in un eroe letterario è un qualcosa che ogni ragazzino avventuroso ha sperimentato da par suo, ma a differenza di un coetaneo italiano dell’epoca in cui la febbre salgariana da Corsaro Nero o da Tigre della Malesia era frustrata dalla difficoltà se non dalla impossibilità di verificare in loco il campo d’azione, il bambino Hopkirk poté illudersi sino all’adolescenza che lo sterminato campo dell’Impero britannico, dall’India alla Birmania, dal Sud-Africa al Cairo, gli si sarebbe un giorno parato dinnanzi in tutto il suo magnifico e terribile splendoreSi capisce perciò quale delusione cocente abbia potuto essere per lui il processo di decolonizzazione avviato dall’Inghilterra all’indomani della Seconda guerra mondiale e quanto i succedanei militari prima, giornalistici poi, di scrittore infine, abbiano assunto le veci di un’ impossibile rincorsa verso il passato, il tentativo di riappropriarsi di un’epoca che per un crudele ritardo del destino gli veniva invece negata.

Adesso che Quest for Kim. In Search of Kipling’s Great Game esce finalmente in italiano (Sulle tracce di Kim. Il Grande Gioco nell’India di Kipling, Edizioni Settecolori, traduzione di Giuseppe Bernardi, postfazione di Robert Jordan, 279 pagine, 26 euro), il ruolo e il peso del capolavoro di Kipling nella vita di Hopkirk trovano il loro spazio più idoneo nel suo essere, come scrive appunto Robert Jordan, «il suggello e insieme la ricapitolazione di una vocazione», nonché «uno dei più commoventi omaggi che è dato incontrare, testimonianza di quanto i libri, certi libri, possano letteralmente cambiarti la vita». Non è un caso, del resto, che nei vent’anni successivi e fino alla sua morte, nel 2014, Hopkirk continuerà sì a viaggiare, a scrivere articoli, a tenere conferenze, a ricevere onorificenze, ma non metterà più mano a un altro libro: il suo testamento letterario l’aveva già scritto e non era il caso di tornarci su.

Sulle tracce di Kim è dunque da un lato il rendiconto di una felice quanto faticosa ossessione, se si tiene conto che tutta la saggistica di Hopkirk ruota intorno al Grande Gioco immortalato da Kipling e alle sue diramazioni afghane, cinesi, tibetane, mediorientali. Ma è altresì un bellissimo diario di viaggio attraverso il sub-continente indiano nonché una specie di detective story letteraria: è esistito veramente Kim, o è completamente il frutto di una fantasia d’autore? E i personaggi che lo affiancano, dal lama al misterioso mercante di cavalli Mahbub Ali al colonnello Creighton all’occultista Lurgan Sahib al Babu maestro del travestimento hanno qualche riscontro nella realtà? E che cosa rimane, se ancora qualcosa può rimanere, della bruciante Calcutta, della rinfrescante Simla, di Lahore, della Grand Trunk Road?…

Non faremo al lettore il torto di svelargli in anticipo ciò che nel libro scoprirà pagina dopo pagina. Vale però la pena di sottolineare ancora due aspetti che fanno di Sulle tracce di Kim un libro particolarissimo. Il primo ha a che fare con le difficoltà insiste in operazioni del genere, dove incombe sempre la minaccia di essere schiacciati dall’ombra letteraria che si sta inseguendo oppure di cannibalizzarla, parafrasandola o virgolettandola oltre il limite consentito. Hopkirk le dribbla abilmente con un racconto diretto e in prima persona, dove si mischiano esperienze e ricordi, si fanno incontri, si registrano contrattempi e veri e propri fallimenti e, si capisce, fosse per lui il viaggio non finirebbe mai

Il secondo, lo nota Robert Jordan nella sua postfazione, ma di sfuggita, riguarda Kipling come autore e l’India come scenario. Che sul primo abbia pesato troppo a lungo l’immagine riduttiva di cantore dell’imperialismo è un dato di fatto e non ci torneremo più su. Come ha scritto Antony Burgess «solo tre scrittori hanno avuto accesso totale all’intero vocabolario dell’inglese: Kipling, Joyce e, naturalmente, Shakespeare». Quanto alla seconda, l’incubo della Partition che, all’indomani dell’indipendenza, annegò nel sangue la divisione fra India e Pakistan, si riverbera ancora oggi fra tensioni di confine, conati di nazionalismo, soprassalti di fondamentalismo, l’idea di un immenso Paese attraversato e mai placato da una sottile quanto perenne febbre di violenza su cui il pacifismo hippie degli anni Settanta ha steso una vernice più ipocrita che protettiva. Su tutto questo un europeo può lanciare uno sguardo distratto, ma per un inglese come Hopkirk si tratta di una ferita rimasta sempre aperta perché è in quella terra che l’Impero inglese costruì la sua epifania, ebbe la sua rivelazione, elaborò dall’esterno quell’immagine del gentleman, un certo stile di vita e di comportamento, un fasto, un rituale e un cerimoniale sociale che, ha notato André Malraux, ha dato vita a una tipologia umana esemplare. E, in questo senso, è il gentleman Peter Hopkirk che si guarda e si riconosce nello specchio che gli rimanda il volto del Kim di Ruyard Kipling.

Lascia un commento

* All fields are required