Indagine su Lawrence d’Arabia

GIANLUCA DI FEO – ROBINSON LA REPUBBLICA.

Torna la magistrale biografia che la scrittrice Victoria Ocampo dedicò all’autore dei “Sette pilastri della saggezza”, l’uomo che mise il deserto tra sé e il resto del mondo

«È arrivato al punto  di preferire il “being nothing”, «È il non esserci più: chiamarsi Shaw o Ross, non Lawrence d’Arabia. Il suo  ideale sarebbe certamente stato di non avere per nome che un numero, perfettamente rassicurante nel suo anonimato. Nel 1930 il suo numero alla Raf era 338171. I suoi amici conoscevano, ovviamente, il gioco del nascondino e il nascondiglio. Noël Coward gli scriveva: “Caro  338171 (posso chiamarla338?)”. Lawrence che apprezzava l’umorismo trovò la battuta così divertente che mostrava a tutti quella lettera». Poche persone si sono impegnate così a fondo nel tentativo di occultare la loro natura intima più di Thomas Edward Lawrence. La sua vita è stata narrata da carovane di cronisti e biografi, da plurimi documentari e dalla magnifica interpretazione di Peter O’Toole, eppure resta simile a un deserto, la cui luce non sembra dare spazio ai segreti ma che in realtà è “popolato di assenze”.

Ogni volta che pensiamo di averne colto il pensiero, lasciandoci illuminare dalla lettura dei Sette pilastri della saggezza, alla pagina successiva invece questa convinzione si dissolve come un miraggio, come se autore e protagonista si coprissero a vicenda, mimetizzandosi nelle dune mentre la rivolta araba marcia verso Damasco. Non è un caso. Sin dall’infanzia, Lawrence si era dedicato a studiare i castelli: prima quelli europei; poi le fortezze crociate di Siria e Giordania nel viaggio da archeologo che aprirà la strada alle future imprese militari. E lui, il comandante guerrigliero che ha ottenuto le vittorie più grandiose del Novecento rifiutandosi sempre di affrontare una città murata, è come se avesse circondato la sua anima dai bastioni più impenetrabili di tutti, per proteggerla dagli altri e soprattutto da se stesso.

Un’occasione per scrutare oltre questi spalti arriva da un libro splendido, pubblicato dalle Edizioni Settecolori con una cura d’altri tempi, nella qualità della grafica e della prima traduzione italiana. Il titolo è proprio 338171 T.E. (Lawrence d’Arabia): il numero di matricola e quella sigla che «era la sola parte del suo nome che gli appartenesse veramente e così dovevano chiamarlo quelli che lo amavano».

L’autrice è una donna altrettanto straordinaria, l’argentina Victoria Ocampo, creatrice della rivista Sur e dell’omonima casa editrice. I due erano coetanei ma non si sono mai incontrati. Eppure questo libro altro non è che un atto di devozione: «Sono immersa in Lawrence. Lo amo. Respiro… Il mio sangue circola bene quando lo leggo».

Victoria Ocampo lo ha scritto nel 1942 mentre il mondo era divorato dalla nuova guerra. A lei però non interessa il condottiero, quello a cui Winston Churchill voleva affidare la riforma della difesa britannica e che, pur consapevole dell’imprevedibilità del suo carattere, riteneva «uno dei più grandi uomini del nostro tempo. Non conosco uno uguale a lui». E non era nemmeno alla ricerca dell’artista, capace nei Sette pilastri di concepire un capolavoro da affiancare al Moby Dick, ai Fratelli Karamazov e a Così parlo Zarathustra. Come sottolinea l’introduzione di Fabrizio Bagatti, Victoria Ocampo vuole essere “una detective dell’Io”, il che significa compiere un’indagine in cui le tracce sono state deliberatamente cancellate o confuse con geniale sistematicità.

Un depistaggio che Lawrence ha condotto durante tutta la sua esistenza. Dopo avere rivoluzionato le sorti del Medio Oriente, protesta per il tradimento della causa araba ordito da Francia e Gran Bretagna, quindi archivia medaglie e fama per arruolarsi sotto falso nome prima nell’aviazione e poi nel reparto tank, in entrambi i casi attratto dalle macchine più che dalle persone: morirà nel 1935 schiantandosi su una velocissima moto, costruita su misura per lui. «Lawrence era per la libertà e la giustizia. Voleva darle e riceverle. Ma quando vi si avvicinava, sentiva subito che non erano abbastanza per lui e si accusava di essersi ingannato».

Un uomo che si travisa sempre, anche nella letteratura. Descrive ogni pietra del suo cammino ma chiude in uno scrigno inespugnabile la dedica della sua opera. Di quel «Ti amavo, perciò trascinai questa maree d’uomini nelle mie mani e in forma di stelle scrissi il mio volere in cielo» spiega solo che «S.A. era una persona, ora deceduta; il mio attaccamento nei suoi confronti costituisce la ragione più profonda di tutto quanto ho fatto per gli arabi».

Come sottolinea Ocampo: «Lawrence sostiene che le rivelazioni personali costituiscono la sostanza del libro e che il capitolo personale (My-self) ne è la chiave, ma che il tutto è cifrato». Codici che tutelano una figura tormentata, ascetica e abitua-ta a mortificare la carne e lo spirito. «Un uomo crocifisso dalla sua volontà e una volontà crocifissa da una coscienza… Lawrence si liberava di questa volontà totalitaria, che diversamente l’avrebbe stritolato, solo grazie agli elementi contraddittori della sua natura: viveva fatalmente in un clima di contrasti. Pensava che la migliore definizione di se stesso fosse “un critico in azione”». Victoria Ocampo in 120 pagine sfida ogni lato del mistero, dall’omosessualità alla misoginia, dalla visione politica al rapporto con “l’io odioso”. Ventuno piccoli capitoli di grande intensità, che fanno di 338171 T.E. (Lawrence d’Arabia) una lettura superba.

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