La felicità è stare in pace nel bosco a cercare funghi

di Crocifisso Dentello – Il Fatto Quotidiano – 7 Maggio 2022

L’austriaco premio Nobel torna con un diario “notturno” e un racconto

Si accingeva a uscire di casa quando, nella sua casa di Chaville, a pochi chilometri da Parigi, nell’ottobre del 2019, squilla il telefono. Peter Handke, al cospetto di moglie e due figlie, risponde e all’altro capo del filo un giurato di Stoccolma gli annuncia il Nobel per la Letteratura.
La motivazione è pomposa: “Opera influente che ha esplorato con ingegnosità linguistica la periferia e la specificità dell’esperienza umana”. Sebbene l’austriaco di Griffen sia annoverato tra i maggiori autori contemporanei, l’alloro è giunto inatteso in virtù delle polemiche, mai sopite, legate alle sue posizioni filoserbe durante la guerra in ex Jugoslavia. Del resto Handke, ottant’anni il prossimo 6 dicembre, ha dimestichezza con le controversie. Al suo debutto sulla scena letteraria si guadagna l’appellativo di enfant terrible. Nel 1966 il Gruppo 47, che riunisce i più importanti scrittori tedeschi, organizza un incontro all’Università di Princeton.
Handke ha 24 anni e all’attivo un esordio, I calabroni, che si fa beffe di qualsiasi convenzione. Quando tocca a lui prendere la parola definisce “insulso e idiota”tutto ciò che ha ascoltato. Un j’accuse contro tutti i conformismi al quale resta fedele: “Da un’opera letteraria mi aspetto una novità per me, qualcosa che mi modifichi anche solo minimamente, qualcosa che rappresenti per me una possibilità non ancora pensata”. Insulti al pubblico, oggi un classico del teatro d’avanguardia, sempre sul finire degli anni 60, conferma la sua vocazione iconoclasta: una pièce che annulla la separazione tra attori e spettatori e che si snoda in una lunghissima sequenza di ingiurie rivolte alla sala. La volontà di contestazione di Handke, nei panni di Abitante della torre d’avorio, non è che il rovescio di un’angoscia esistenziale. La sua letteratura non ha altro tema che se stesso e il suo tormento di scrittore: i limiti della parola nel restituire la percezione del mondo. Le sue opere non seguono un percorso lineare, sono montate con tutto ciò che la fiction di solita scarta.
L’ora del vero sentire è una ricognizione casuale di fatti minimi. Pomeriggio di uno scrittore si avvita su un autore che riflette sulla propria crisi creativa, Il mio anno nella baia di nessuno si dipana sui dilemmi di un altro letterato consapevole che “la fine del narrare” rappresenti la fine del mondo. Luca Doninelli ha ritratto il Nobel austriaco con rara efficacia: “La lettura non fila via liscia, non lo si legge tutto d’un fiato. Non è un caro amico, non è uno che ci sembra di conoscere da sempre. È un estraneo”.
Handke, nato nella Carinzia meridionale, un passato di seminarista e una mancata laurea in Legge, osserva la realtà con la stessa passione che riserva alla raccolta di funghi: “Tutta l’infelicità degli uomini viene anche da non sapersene stare in pace in un bosco a cercare chiodini”. Una Infelicità senza desideri, per evocare il suo titolo più fortunato del 1972 (seguito nel 1976 dall’ormai classico La donna mancina), un’autofiction ante litteram con la quale fa i conti con la figura della madre, casalinga cinquantenne morta suicida. Il tentativo è ricostruirne la biografia attraverso una narrazione che renda il passato il più possibile “oggettivo”. Ma c’è spazio anche per uno scarto più irrazionale grazie al sodalizio con il regista Wim Wenders, il cui vertice resta Il cielo sopra Berlino, storia di due angeli che vagano invisibili per la capitale tedesca di cui Handke scrive i dialoghi. Forse il vero Canto della durata di una carriera lunga più di mezzo secolo sta in quelle centinaia di taccuini personali che affiancano romanzi, poesie, saggi, drammi, sceneggiature. “Scrittura che accompagna la vita, scrittura dettata dal ritmo della vita” per dirla con la sua traduttrice Alessandra Iadicicco.
Handke scrive in chiesa, al bar, sull’autobus e annota tutto ciò che cattura con i sensi in quadernetti infilati nella tasca dei pantaloni. In libreria per Settecolori il suo nono diario, Di notte, davanti alla parete con l’ombra degli alberi (oltre al romanzo breve La mia giornata nell ’altra terra, Guanda). Tra le centinaia di frasi trascritte forse una sintetizza al meglio la parabola di questo “androgino con i capelli a caschetto” che ha consacrato alla letteratura tutti I giorni e le opere: “Il miglior posto dove stare: vicino a quel che hai letto; il ritorno a casa più fidato: ritorno alla lettura”.

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