La tragedia greca in scena da 100 anni

di Matteo Nucci – IL VENERDÌ di REPUBBLICA – 8 Luglio 2022

Nel 1922 la guerra con la Turchia causò lo sterminio e l’esodo di una popolazione millenaria. Due romanzi rievocano quella catastrofe, che ancora incombe sui due paesi.

Atene. Esattamente cento anni fa, in questi giorni, sulla Grecia incombeva la Catastrofe. Catastrofe. Basta dire così. E scrivere la parola con la C maiuscola. Non c’è bisogno di aggiungere altro. Né certo di specificare “Catastrofe dell’Asia Minore”. Tutti sanno, qui, di cosa si tratta. Nel resto d’Europa invece la vicenda perlopiù si ignora. E con buone ragioni di convenienza politica e morale. Una furba convenienza che oggi dovremmo a tutti i costi lasciarci alle spalle.

Due romanzi arrivano nelle librerie italiane per facilitarci il compito. Si tratta di opere molto diverse fra loro, entrambe scritte da autori nati nella Grecia anatolica, eredi dei greci che fin dal tempo di Omero popolarono terre piene di misteriosa bellezza. Terre che, assieme a un milione e mezzo di altri greci, gli autori dovettero abbandonare a causa della Catastrofe, lasciando case, terreni, proprietà, nonché i resti martirizzati di centinaia di migliaia di parenti umiliati, sconciati, torturati, ridotti a letame da commercio.

Chi vuole seguire nella sua interezza questa tragedia potrà iniziare con il romanzo di Didò Sotirìu, Addio Anatolia (Crocetti editore) e completare il quadro con Il numero 31328. Il libro della schiavitù di Ilias Venezis (edizioni Settecolori). Il primo finisce infatti dove il secondo comincia. Ossia nell’agosto del 1922.

Ma andiamo con ordine. Il quadro che apre Addio Anatolia (titolo originario Terre insanguinate) è idilliaco. Siamo nei primi anni del Novecento. Greci e turchi convivono pacificamente sulle coste dell’Asia Minore. La religione impedisce che le famiglie si uniscano, ma i turchi ammirano l’operosità greca mentre i greci apprezzano slanci e profondità d’animo dei turchi. Tutto comincia a precipitare nel 1914, quando l’Impero Ottomano aderisce all’alleanza degli Imperi Centrali nella Prima guerra mondiale. La propaganda che negli anni precedenti è stata alimentata dai Giovani Turchi s’intreccia all’idea tedesca che greci e armeni detengano nell’Impero posizioni di potere da cui devono essere estromessi. Vengono dunque creati i terribili Amele Taburu, battaglioni di lavoro in cui gli “infedeli” sono costretti, in condizioni disumane, a lavorare per le forze che perderanno la guerra.

La storia di Manolis, giovane di ottime promesse, protagonista di Addio Anatolia, racconta questo primo disastro: la diserzione, le persecuzioni turche, l’odio montante, fino a quando la Grecia (che aveva invece aderito all’alleanza dell’Intesa nel ’17), con il beneplacito delle grandi potenze, entra militarmente in Anatolia nel 1919 per occupare territori in cui l’Impero Ottomano è ormai allo sbando. Tradotto da Maurizio De Rosa, il romanzo mostra, attraverso le parole di due intellettuali che Manolis conosce fra le file dell’esercito greco, l’esito a cui è condannata la Megali Idea, la Grande Idea che era il vessillo del più potente politico greco del tempo: Eleftherios Venizelos. Riunire tutta la Grecia delle origini a soli cento anni dall’indipendenza, riprendere persino quella che i greci avevano continuato a chiamare semplicemente Polis, ossia la città di Costantino, per tutti gli altri Istanbul. Nel frattempo però gli interessi delle Grandi Potenze erano cambiati. Mentre in Turchia un certo Kemal Atatürk ridava animo e prospettive al Paese, prevalse in Europa l’idea che fosse prioritario il compimento dei lavori di una ferrovia: la Baghdad-Istanbul, necessaria – guarda un po’ – a portare in Europa il petrolio di Mosul. L’esercito greco fu abbandonato a se stesso.

La controffensiva turca scattò il 26 agosto del 1922. La rottura del fronte fu immediata. I civili vennero lasciati soli. La fuga, gli eccidi, le torture più atroci si conclusero con l’incendio di Smirne, città cosmopolita ma profondamente greca, dove le imbarcazioni francesi e inglesi osservarono la catastrofe senza intervenire. “Avevano sistemato alcune macchine da presa sulle loro navi per riprendere il massacro e lo sterminio del nostro popolo. A bordo delle corazzate le fanfare eseguivano marce militari e canzoni festose per impedire che le grida di dolore e le suppliche della povera gente arrivassero fino alle orecchie degli equipaggi”. Il romanzo che Didò Sotirìu ha immaginato principalmente sulla base dei racconti del padre si chiude con Manolis che riesce a sfuggire alla deportazione cui vennero obbligati tutti i cittadini greci fra i 18 e i 45 anni all’indomani della capitolazione.

Atroce bellezza

E proprio qui ha inizio il capolavoro di Venezis. Un libro sconcertante. Di atroce bellezza. E dobbiamo tutti essere grati all’editore, nonché al lavoro di Francesco Colafemmina, autore anche di una preziosa postfazione, che finalmente ci ha offerto la traduzione dal greco di questo testo decisivo (in italiano era comparsa una traduzione dalla versione francese, già molto parziale).

Ha diciott’anni appena compiuti, nel 1922, Ilias Mellos, di Aivalì (Kydonìes) cittadina quasi esclusivamente greca di fronte all’isola di Lesbo. Quando le truppe kemaliste entrano in città il metropolita va loro incontro seguito dal sindaco. Sarà sepolto vivo, mentre Ilias, assieme ai concittadini, viene spinto in una marcia forzata verso l’interno dell’Anatolia. È un racconto mostruoso che nessuna parafrasi potrebbe restituire. L’idea di ogni deportazione domina nei primi devastanti giorni. È necessario ridurre significativamente il numero dei prigionieri. Si chiama “scrematura”. Ogni sera, con casualità che lascia attoniti, qualcuno viene giustiziato. “La mano dell’ufficiale si apre per tirarmi. Ma proprio in quel preciso istante, un istante da nulla, tac, l’ufficiale barcollò per l’ubriacatura. Ride. Cerca di ritrovare l’equilibrio, ma con questo movimento la sua posizione si sposta di due centimetri. Due insignificanti centimetri. La sua mano cade dritta sul capitano, di fianco a me”. Stupri e violenze psicologiche che nessuna fantasia potrebbe immaginare affiancano i corpi denudati, scalzi, costretti a insanguinare la terra su cui marciano in preda alla fame e alla sete. Vecchi lapidati da bambini per la via. Ragazze usate e gettate in burroni. Un coetaneo di Ilias ucciso selvaggiamente. Tutto quello che non potete credere viene descritto da Venezis, il nome che Ilias Mellos prese dal nonno per la sua carriera letteraria.

L’improvvisa poesia

È una descrizione in cui nessun giudizio e nessun odio verso i carnefici emergono mai. Quel che irrompe è anzi la poesia. Poesia improvvisa che illumina corpi martoriati. Che illumina e basta, sia chiaro, perché quel che Venezis racconta è ciò che ha vissuto, ovvero il sangue e il corpo, visto che “niente è più sacro di un corpo che viene torturato”. Il fondo, del resto, non si tocca mai. Quando il battaglione di lavoro è ormai scremato, inizia la riduzione in schiavitù, l’attribuzione di un numero, il lavoro assolutamente disumano che piega gli uomini uno a uno, mentre alle vessazioni contribuiscono alcuni fra gli stessi greci, i più vili, scelti secondo la logica concentrazionaria del kapò. Al tempo stesso, timidi segnali di umanità fanno capolino. Un anziano turco che regala una sigaretta, una vecchina che getta un pane e una mela cotogna, un medico che vuole curare. Forse è “l’aspro sole dell’Anatolia che pian piano, quanto più la guerra si allontana, comincia pazientemente ad avvolgere di nuovo i suoi uomini. Un simile sole non spunta da nessun’altra parte – li ricopre di miele, li doma, è come gli occhi del serpente che osserva – osserva l’uccello, lo narcotizza, finché non cade. Cadono gli uomini – senza reagire, senza incattivirsi, senza odiare”.

Quando, quattordici mesi dopo, Ilias sarà libero di partire alla volta di Lesbo, solo 23 degli oltre 3.000 uomini di Aivalì sono sopravvissuti. Ilias, sconvolto, anziché dimenticare comincia a scrivere. Ne verrà fuori questo libro necessario non solo per i bibliofili. Ma per chiunque voglia vivere davvero il presente. Venezis infatti usa una lingua in cui i tempi verbali s’intrecciano di continuo spostando l’azione in una dimensione che supera l’epoca in cui i fatti accaddero. Ogni suo racconto diventa allora illuminante per i giorni che stiamo vivendo e può spingere proprio noi, oggi, alla conoscenza. Tutto ritorna sempre, infatti. Aprire gli occhi è necessario. È di pochi giorni fa la minaccia lanciata da Erdogan agli abitanti delle isole greche di fronte alle coste anatoliche: “Patirete quel che hanno patito i vostri progenitori cento anni fa”.

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