Segreti e intrighi in Medio Oriente

di Roberto Balzani – Il Sole 24 Ore – 19 Giugno 2022

Nel sequel del «Grande gioco» l’obiettivo di agenti tedeschi nel Primo conflitto mondiale è, in accordo con i turchi, scatenare la Guerra Santa espandendosi fino in India

Penisola di Gallipoli, 1915. Fu una delle sconfitte più pesanti per le truppe alleate il cui obiettivo era forzare lo Stretto dei Dardanelli e occupare Istanbul.

Uscito in edizione originale nel 1994, Servizi segreti a oriente di Costantinopoli, di Peter Hopkirk, si presenta come il sequel del Grande Gioco, il suo volume più fortunato. I protagonisti di questo ulteriore capitolo – scritto con la consueta spigliatezza – sono diversi: i russi restano sullo sfondo, mentre si affacciano alla ribalta alcuni avventurosi e giovani agenti e ufficiali tedeschi, il cui obiettivo, nella Prima guerra mondiale, è quello, in accordo con l’élite militare turca, di scatenare la Guerra Santa in Oriente, infiltrare la Mesopotamia, la Persia, l’Afghanistan, e trovare infine una base d’espansione addirittura in India, incrociando l’indipendentismo dei gruppi rivoluzionari locali.

Per l’Impero tedesco si tratta di rompere l’accerchiamento dell’Intesa in Europa e, attraverso i Balcani, grazie a una mitica ferrovia che non sarà mai finita, collegare direttamente Berlino con Baghdad e con i pozzi di petrolio medio-orientali. Enver Pascià e la componente germanofila del governo di Istanbul, parallelamente, mirano a rilanciare l’esangue Impero ottomano, affermando una vasta civiltà di matrice turcofona nel cuore dell’Asia. Le recenti teorie geopolitiche di Halford Mackinder, risalenti al 1904, sembrano dar loro ragione: chi controlla il cuore del continente euroasiatico controllerà il mondo.

Le missioni segrete affidate a pochi altri poliglotti innamorati dell’Oriente appaiono singolarmente modeste, in termini di uomini e di mezzi, rispetto alla grandiosa campitura di sfondo; e tuttavia, soprattutto nel 1915, nel momento in cui il tentativo anglo-francese di attaccare al cuore la Turchia s’infrange sulle coste rocciose dei Dardanelli, il pericolo del dilagare della Guerra Santa, veicolata da propagandisti turchi, tedeschi e indiani, pare assumere una qualche consistenza.

Verso la fine di agosto, composta da autentici “scheletri ambulanti”, la missione segreta, dopo la traversata di centinaia di chilometri desertici infestati da serpenti e scorpioni, giunge infine in Afghanistan: i britannici non sono riusciti ad intercettarla. Londra, però, preme sull’emiro perché resti ancorato a una neutralità favorevole all’Intesa. E infatti, fra il gennaio e l’aprile del 1916, in coincidenza con un maggior dinamismo delle truppe russe nel Caucaso e in Persia, gli accenni di Guerra Santa si esauriscono rapidamente. Ma non è finita.

L’anno successivo, la rivoluzione scoppiata a S. Pietroburgo rende confusa la politica russa in Asia. Nel Caucaso, in particolare, il quadro è complicato dalla componente musulmana filoturca, dagli armeni sopravvissuti ai massacri del ’15, dalle forze bolsceviche e da quelle socialrivoluzionarie, più inclini a un accordo con gli alleati del 1914. Dall’altra parte, le truppe di Enver Pascià sono alla riscossa, dopo aver contenuto i britannici in Mesopotamia. Il momento è delicato. Baku, porto del Caspio galleggiante su un mare di petrolio e città dalle molte anime, diventa il cuore di un duello all’ultimo sangue, che vede questa volta i servizi di Sua Maestà, appoggiati da pochissimi uomini ma da molto denaro, manovrare per costruire una precaria difesa del territorio, fra combattenti variamente motivati, impreparati e litigiosi. Tutto inutile.

A metà settembre 1918, i turchi entrano in città e si vendicano con una strage delle persecuzioni a loro volta subite mesi prima. Seguirà, poco tempo dopo, con la sconfitta degli Imperi Centrali e dell’Impero ottomano, il ritorno questa volta stabile dei soviet.

Hopkirk, secondo il suo solito, si muove molto meglio fra le biografie che nella ricostruzione di contesto, piuttosto convenzionale e un po’ semplificata: la Guerra Santa promossa dal sultano-califfo appare infatti un mito assai più fragile dell’idea di Medio Oriente formato da Stati-nazione indipendenti, promossa propagandisticamente dagli inglesi fra il 1917 e il 1918.

Se si tratta di inseguire i suoi incredibili personaggi, però, egli diventa un autentico segugio, spremendo le fonti fino ad ottenerne distillati assai pregiati. Come quando associa, con vertiginoso virtuosismo, la perdita di un codice segreto da parte di un agente tedesco in uno sperduto angolo della Persia alla decodificazione del famoso telegramma del ministro degli Esteri tedesco Zimmermann – quello con il quale i tedeschi, agli inizi del ’17, offrivano un’alleanza al Messico in funzione antiamericana -, intercettato dai servizi inglesi e poi trasformato in un’arma di pressione sul presidente statunitense Wilson, in procinto di scendere in guerra. Coincidenze fortuite oltre ogni immaginazione.

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