VAGAMONDO – Stenio Solinas

20,00

Vagamondo, neologismo preso in prestito da Paul Morand, sta a indicare il piacere del viaggiare e il gusto del raccontare, gli intrecci fra la storia e la memoria, i luoghi e il tempo. E, naturalmente, gli incontri, gli scontri e i confronti, che da tutto questo derivano.
Costruito come un personalissimo diario intellettuale, ciò che lo guida è un’idea di eccentricità e/o di diversità rispetto a quanto ci circonda. Che si tratti dell’ultima colonia del XX secolo, Gibilterra, del medioevo meccanizzato che ha in Afghanistan il suo luogo deputato della spiaggia, di Alang, nel Gujarat, dove l’India demolisce e ricostruisce sé stessa, è sempre questo elemento di unicità a farla da padrone. Allo stesso modo, in una dimensione più intima e più privata, il rapporto fra il paesaggio e chi in qualche modo ha finito con l’incarnarlo, permette la costruzione di una particolare geografia sentimentale: il Kenia di Karen Blixen, la pampa del gaucho Güiraldes, l’Irlanda dolce e disperata di James Joyce e di Bobby Sand, la Fiume dannunziana, la casa-museo che Johan Soane costruì a sua immagine e somiglianza… Naturale corollario a questo sentimento dei luoghi e del tempo sono i ritratti di chi, con la propria vita, con la propria scrittura, accese la fiamma dell’interesse e dell’emulazione. Scrittori- viaggiatori come de Monfreid e Burton, romanzieri come Hemingway e Gary, avventurieri come il colonnello Lawrence, intellettuali inquieti come Koestler. Del loro percorso l’autore isola alcuni momenti particolari, quelli che segnarono un cambiamento, la ne di un’amicizia, la nascita di un amore, la scoperta di una fede politica…
Infine, Vagamondo è anche un resoconto, nel XXI secolo, di ciò che ancora ieri, quando «viaggiare era un piacere», teneva banco: una certa idea di bellezza, un certa idea di stile, lo snobismo e il dandismo con tutto il loro corredo romantico, ma anche triviale. Che si tratti della «divina» Greta Garbo, del principe degli esteti «Beau» Brummell, del principe dei poeti George Byron o dell’attimo fuggente colto dal genio fotografico di un Lartigue, è l’omaggio malinconico e commosso a un «come eravamo» che non tornerà più.

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