Alain de Benoist, Ultimo anno. Diario di fine secolo

CARLO GAMBESCIA.

Alle Edizioni Settecolori fondate da Pino Grillo, purtroppo scomparso prematuramente nel 1999, si deve un altro importante titolo della produzione debenoistiana, L’eclisse del sacro, scritto con Thomas Molnar. Va però subito detto che Ultimo anno (trad. di Antonello Palumbo, rev. di Piero Visani) non è sicuramente inferiore per qualità di scrittura e contenuti al precedente.

Il testo, apparso in Francia nel 2001, racccoglie il diario tenuto dal pensatore francese per tutto 1999. L ‘ “Ultimo anno” del XX secolo.

Come nota de Benoist nella Presentazione: “Scrivere in prima persona mi è sempre riuscito difficilissimo e in queste pagine non parlerò né della mia vita privata, né di quella moltudine di eventi di cui si nutrono i diari degli scrittori. Racconterò piuttosto del mio lavoro, delle mie attività , di ciò che più mi sta a cuore. Reagisco all’attualità, particolarmente densa in quell’anno. Soprattutto vi raccolgo riflessioni, aforismi, citazioni. Ogni nota è riportata alla sua data, ma per la maggior parte si tratta di appunti sufficientemente inattuali -intempestivi- da poterne essere agevolmente separati. Ho messo molto di me stesso in questo libro. Non si ripeterà” (p.11).

Il libro presenta tre piani di lettura:

Il primo riguarda la possibilità di scoprire l’universo interiore debenoistiano, non privato, in senso borghese, ma nel senso latino dell’ interus, “del di dentro”, di quel che resta di incontaminato, di puro, nell’anima di un uomo: “21 Dicembre: (…) Sotto le finestre sento passare in strada un organetto di Barberia. Quindici secondi di felicità” (p. 340)

Il secondo piano offre la possibilità di scoprire il metodo di lavoro di de Benoist: le letture sistematiche, i regolari spogli di riviste e libri acquistati o ricevuti (in quantità industriale), le riunioni redazionali, le intuizioni fulminee, poi, come scopriranno i suoi lettori, sviluppate in libri e saggi. E la stupefacente produttività: “7 luglio: (…) Più o meno ogni cinque anni mi metto a compilare un elenco di tutti i libri e gli articoli che ho pubblicato (…) a partire dal 1992 [a oggi] arrivo a poco più di 3.700 articoli, tra cui un migliaio di traduzioni. In totale, la mia bibliografia supera le 800 pagine. Un giorno mi piacerebbe pubblicarla” (p. 191).

Il terzo piano è quello più noto, quello de Benoist pubblico, ma sempre utile da approfondire: degli incontri, delle interviste dei viaggi, delle cene, e dunque delle conversazioni e delle rapide quanto precise ricostruzioni “morali” di ambienti e persone. Ma anche delle valutazioni politiche e metapolitiche: il 1999 è l’anno delle guerra del Kosovo: “13 aprile: (…) Per gli americani questa guerra è innanzitutto un banco di prova. Devono capire fino a che punto possono spingersi continuando a contare sulla docilità degli alleati” (p. 115).

Infine quel che farà piacere, soprattutto ai lettori italiani, è la grande empatia che de Benoist mostra verso l’Italia: “6 marzo: (…) Si ha un bel dire, si ha un bel fare: con gli italiani i francesi s’intendono meglio che con gli altri europei. E l’Italia è veramente il paese europeo dove sono a mio agio!” (p. 85).

Per non parlare di Roma e della “Romanità”: il libro si chiude con un bellissima testimonianza a riguardo, tradotta come la prefazione, dal bravo Maurizio Cabona, intitolata “Arrivederci Roma”. “Entrate pienamente nello stupendo Pantheon. Trascurate gli altari delle parti inferiori e guardate la cupola traforata, che corona una straordinaria rotonda a cassettoni, al centro. L’apertura circolare, che vi è ritagliata, è una finestra sul cosmo, che disegna un perpendicolo un omphalos sacro. Guardate poi la facciata, la cui iscrizione onora il console Marco Agrippa. Perfezione architetturale e formale. Risveglio del divino. Emozione incomparabile” (p.353).

Grazie Alain. E a presto, magari proprio a Roma.

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