MARCELLO VENEZIANIIL GIORNALE.

Torna in libreria C’eravamo tanto a(r)mati. Trent’anni fa ci fu il primo dialogo post-ideologico tra intellettuali di sinistra e di destra. Una lezione per questi tempi troppo faziosi?
La civiltà del dialogo fu un bene in sé anche se non produsse nuove sintesi né opere memorabili. Ma il clima, dopo il terremoto del ’92-93 si incattivì e andò peggiorando gradualmente

Trent’anni fa, nel 1981, ci fu il primo dialogo tra gli intellettuali di destra e gli intellettuali di sinistra.

Non in assoluto, per carità, ma dopo la guerra degli anni di piombo. Gli orazi e i curiazi si videro a casa di uno di loro, Gianfranco de Turris, per registrare, sotto i quadri dadaisti di Julius Evola, un dialogo tra Massimo Cacciari, Giampiero Mughini, Gennaro Malgieri e io che ero il più giovane ma promossi l’incontro per pubblicare quel confronto in occasione del debutto di una rivista, Omnibus, che avrei diretto io. Ci incontrammo guardinghi davanti a Montecitorio, aspettando che Cacciari uscisse dal Parlamento perché lui era deputato del Pci. E lui nel viaggio ci rivelò con nostra grande libidine che era cugino di Piero Buscaroli, firma per noi di culto. Poi ci vedemmo con Mughini che era stato direttore responsabile di Lotta Continua e portava ancora viva la memoria del ’68 parigino, ma aveva anche un padre fascista. Ci vedemmo a cena da De Turris e registrammo il colloquio, che poi sbobinai e pubblicai nel paginone centrale della neonata rivista. Che durò solo un numero, perché lo spirito dialogante della rivista non piacque all’editore, il grand’uomo Giovanni Volpe, che era però all’antica, destra gusto classico.

Mughini ha ricordato quella sera e lo spirito furtivo di congiura con cui venne a quell’incontro proibito, scrivendo un paio di giorni fa su Libero a proposito della ristampa di C’eravamo tanto a(r)mati, libro di testimonianze miscelate destro-sinistre uscito nell’84, e oggi riedito da Manuel Grillo, in ricordo di suo padre Pino (edizioni Settecolori, pagg. 240, euro 20; a cura di Maurizio Cabona e Stenio Solinas; informazioni: www.settecolori.it).

In quel tempo la sinistra scopriva Nietzsche e Schmitt, Jünger e Heidegger, frequentava Céline e magari leggeva di nascosto Evola, di seminascosto del Noce, e di striscio altri.

Noi giovani intellettuali di destra tenevamo a quel patrimonio di autori e di temi, ma cominciavamo a ibridarli con il nazionalpopolare di Gramsci e la sua idea di conquistare la società attraverso la cultura, con la scuola di Francoforte e la critica al modello capitalistico e consumistico occidentale, con Pier Paolo Pasolini populista reazionario e una fila d’autori sul confine tra destra e sinistra o ben oltre.

Che ne fu di quel dialogo? Se ne fecero degli altri anche più significativi. Coinvolsero Accame e Niccolai, Cardini, Tarchi, Solinas e il piccolo mondo della nuova destra e a sinistra Marramao e Giorgio Galli, Pellicani e altri, più piccoli mondi revisionisti come Mondoperaio o la rivista Pagina dove scrivevano Galli della Loggia e Mieli, Massimo Fini e Battista, Ferrara, lo stesso Mughini. Il dialogo servì almeno a una cosa: a far capire che la destra non era solo muscoli&nostalgia, ma c’era chi pensava il presente e si proiettava nel futuro. Emerse la nuova destra, si lessero e commentarono riviste e rivistine, libri e tesi di quella galassia; ricordo pure un dialogo elementare ma fecondo su l’Espresso che ebbi con Giorgio Bocca, seguito da un’inchiesta di Mieli sulla nuova destra e ripreso da la Repubblica con un’inchiesta a puntate di Enrico Filippini. C’erano ancora il comunismo e il neofascismo, l’Urss e l’arco costituzionale, ma c’era pure la Nouvelle Droite, e da noi Craxi, il socialismo tricolore, Cl e una vivacità culturale oggi impensabile.

La civiltà del dialogo fu un bene in sé anche se non produsse nuove sintesi né opere memorabili, almeno in quella linea. Si prolungò per tutti gli anni Ottanta, poi sopravvisse a sprazzi in seguito. Ma il clima, dopo il terremoto del ’92-93 si incattivì e andò peggiorando gradualmente ma progressivamente. Fino a che si è spento negli ultimi anni ogni sussulto di dialogo anche per estinzione delle parti in campo e delle case madri rispetto a cui emanciparsi. Riemerse il terzo incomodo, il liberalismo, che spostò temi e interessi su altri versanti che ponevano al centro l’individuo, il privato e il mercato. Sorse una mezza sinistra liberal e radical e una presunta destra liberale-liberista; ma con la scoperta liberale crebbe lo spirito illiberale che negava il dialogo, le identità e le differenze. Scomparve pure traccia di una cultura cattolica, di cui sopravvissero isolati residui. Poi venne la notte, la cultura da un verso si liberò dalle etichette, ma dall’altro smise di incidere sulla realtà civile. E la politica da un verso si liberò dai fumi ideologici del ’900 ma dall’altro si impoverì di idee e di respiro culturale. In compenso crebbe il livore, la distinzione razziale tra chi sta di qua e chi sta di là, del bipolarismo si prese la faziosità ma non i contenuti.

Il dialogo prosegue in cielo, o in seduta spiritica, tra le anime di Pound e di Pasolini, i pensieri di Gentile e di Gramsci, le trasgressioni di Céline e di Camus. Dialogo tra morti; o forse, non disperiamo, tra non ancora nati.